Grande Torino: ecco cosa accadde quel tragico 4 maggio 1949

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Settant’anni, ma sembra ieri. Per chi c’era e può ancora ricordarlo, per chi ha vissuto la tragedia di Superga solo nei racconti e nelle immagini d’epoca. Per tutti il Grande Torino ha un significato speciale, legato al Filadelfia e alla storia d’Italia.

Tornava da Lisbona, il Toro ed era quasi arrivato a casa. Ma era un pomeriggio da tregenda, come spesso è stato anche successivamente quando si è trattato di commemorare lo schianto e i suoi caduti. Erano in 31 a bordo di quel Fiat G.212 della compagnia aerea Ali: tutta la squadra con allenatori ed accompagnatori, tre fra i più noti giornalisti dell’epoca come Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Luigi Cavallero de La Stampa e Renato Tosatti de La Gazzetta del Popolo. Alle 17.03 in mezzo alla nebbia e nonostante fosse in collegamento costante con la torre di controllo a Caselle, l’aereo si abbatté sul muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga senza scampo per nessuno.

Forse colpa del vento, più probabilmente di un altimetro che si era bloccato e che quindi non aveva dato i giusti riferimenti all’equipaggio guidato dal pilota Pierluigi Meroni, un cognome che a posteriori sembra un segno del destino. Una tragedia senza spiegazioni e della quale oggi oltre alla lapide sul retro della Basilica restano anche alcune testimonianze raccolte nel Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata.

Il giorno dei funerali, dalla centralissima piazza Castello, erano più di 500mila a rendere omaggio ad un pezzo d’Italia che se ne andava per sempre, la più grande tragedia che abbia mai colpito il calcio mondiale e che sarebbe stata replicata nove anni più tardi da quella che toccò al Manchester United. Ma era in realtà tutta l’Italia che si fermava, perché quel gruppo era stato capace di andare anche oltre al colore delle maglie e delle bandiere.